Estratto da “Tutto scorre” di Antonino Sapone e Domenico Malaspina. L’Aspromonte e le sue antiche macchine idrauliche. Il caso studio della vallata del gallico.

Estratto da “Tutto scorre” di Antonino Sapone e Domenico Malaspina. L’Aspromonte e le sue antiche macchine idrauliche. Il caso studio della vallata del gallico.

Le fiumare di Reggio.
Tra potenzialità e degrado.
Negli anni 70 la contestazione infiammava il mondo, l’estremismo diventava terrore, il femminismo urlava slogan di libertà e legittimo bisogno di parità, l’uomo conquistava definitivamente lo spazio e a Reggio smaltivamo i materassi nelle fiumare.
Questo incipit, che può sembrare decisamente insolito, è il modo forse più efficace, anche se brutale, per rappresentare la percezione distorta dei valori territoriali che negli ultimi quarant’anni ha generato un uso “sbagliato” delle risorse ambientali, rivolto al consumo arbitrario piuttosto che alla conservazione e alla messa in valore.
Le fiumare del territorio reggino sono forse il simbolo, o se vogliamo il caso più avanzato, di un territorio “usato” male, sprecato diremmo, non soltanto perché risorse naturali sono andate perdute per sempre, ma anche perché, ciò che per millenni è stata fonte di ricchezza, produzione e lavoro, improvvisamente è diventato il luogo dove mettere in atto, per esempio, un meticoloso piano di smaltimento rifiuti al grido di “tutto alla fiumara“, nel disinteresse assoluto di cittadini ed istituzioni che avallavano una prassi tanto generalizzata quanto semplice.
E’ significativo mettere in evidenza come la trasformazione degli stili di vita del dopoguerra, e sopratutto l’evoluzione (quantitativa e qualitativa) dei consumi, ha accompagnato la deriva percettiva dei valori territoriali che ha attraversato la storia recente del nostro paese.
Potremmo dire in tal senso che le fiumare di Reggio sono un libro aperto sulla storia dei consumi e delle abitudini (cattive) del nostro tempo e in tal senso non possono che essere gli anni Ottanta a rappresentare l’apice di una strada senza ritorno: abusivismo edilizio, cavatura degli inerti, drastico ridimensionamento delle produzioni agricole, bramosia dei consumi, ‘ndrangheta padrona, la ricerca spasmodica di simboli che dimostrassero l’appartenenza alla  parte del mondo che ce l’aveva fatta.
Eppure non è sempre stato così.
Nell’apertura di “Gente d’Aspromonte”, una delle descrizioni più potenti e affascinanti della montagna reggina, Corrado Alvaro esprime con forza il timore per l’impeto devastatore del corso d’acqua, ma contestualmente rimanda al rispetto che si deve a qualcosa dal quale dipende la vita e la morte, l’abbondanza o la carestia, la gioia o la sofferenza.
Per secoli l’uomo ha compreso le potenzialità della fiumara e per questo ha regimentato il suo corso, ha rallentato la velocità dell’acqua per renderla meno dirompente, ha costruito argini imponenti per sottrarre suolo fertile al suo alveo.
Ciò che è cambiato nell’ultimo cinquantennio sono le relazioni percettive tra le comunità e il corso d’acqua, essendo venuto meno quel rapporto virtuoso tra uomo e contesto fluviale che sta alla base di una serena convivenza.
E come in tutte le relazioni che terminano, anche nel rapporto, ormai finito, tra uomo e fiumara, il tempo ha fatto crescere sempre di più le distanze e la violenza tra i contendenti.
Ad un argine sempre più malmesso e abbandonato è seguita periodicamente la violenza di un’alluvione che ha devastato e creato morte e distruzione; a un muretto a secco non mantenuto e non ricostruito, è seguita una frana che ha ulteriormente accentuato il dissesto idrogeologico del territorio, in un crescendo di intensità ed effetti ancora più legati alle trasformazioni degli stili di vita e dei consumi.
A partire dagli anni novanta, la discrasia tra vocazione e uso dei luoghi ha fatto segnare l’apice dell’indifferenza, e così nelle fiumare reggine cominciarono ad arrivare anche l’eternit e qualche fusto di veleni  che certa “libera imprenditoria” esigeva di smaltire a basso costo, facendo registrare un punto di non ritorno, fatto di strade a scorrimento veloce dentro gli alvei, assenza assoluta di interventi manutentivi, abbandono dei sistemi produttivi di fondovalle.
Eppure nell’area dello Stretto, le vallate custodiscono contesti unici, una sequenza ininterrotta di corsi d’acqua che inconfondibilmente orientano morfologicamente il territorio in direzione mare monti.
Solo la miopia del pianificatore ha potuto ignorare questo sistema straordinario di opportunità, quando, chiamato negli anni settanta, a disegnare gli scenari della città, ha guardato soltanto alla conurbazione, di lungo costa, a unire Reggio Calabria con Villa San Giovanni, a riempire i vuoti rurali con nuove aree edificabili, per creare una città mai nata.
Le vallate sono ancora lì, con un patrimonio utile ad invertire una tendenza.
Sono un invito ad abbandonare la strada fin qui percorsa per ritornare a lasciare le orme del nostro cammino sui territori che viviamo.
Un’orma che sia arricchente , che aggiunga, senza cancellare quanto di bello e importante sta sotto i nostri piedi.
Perché, questo, con le fiumare, non lo facciamo ormai da tempo, e purtroppo i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Cronaca di un viaggio
Lo strumento più efficace per descrivere lo stato delle nostre fiumare è senza dubbio il viaggio e non perché non sia disponibile materiale documentario o non ci sia stata attività di ricerca capace di definire un quadro conoscitivo soddisfacente, ma perché le vallate del Reggino sono i territori che hanno subito negli ultimi trent’anni tali trasformazioni che basta visitarli per rendersene conto.
Nella vallata del Gallico l’attuale costruzione del terzo lotto della strada a scorrimento veloce “Gallico-Gambarie” (GaGa), come non fossero stati sufficienti gli ettari di agrumeto “asfaltati” con i lavori precedenti, di fatto sta stravolgendo un’ecosistema già fragile per il pluridecennale abbandono o per la pressione  antropica degli ultimi anni; sulla vallata del Sant’Agata la costruzione delle infrastrutture collegate alla diga del Menta stanno esercitando un’altrettanto forte pressione sugli ecosistemi naturali e antropici consolidati; sulle altre vallate l’abbandono dell’attività agro-produttiva ha di fatto spalancato le porte all’urbanizzazione e alla cementificazione.
Affidarsi al viaggio per definire un quadro conoscitivo generale sulle fiumare del Reggino vuol dire quindi attribuire alla cronaca la potenza di fissare un momento della storia dei luoghi e tracciare un resoconto più o meno dettagliato del cambiamento che stanno subendo e della sua direzione.
Percorrendo l’ex Strada Statale 18 “delle Calabrie” nel suo tratto reggino, superata Villa San Giovanni in direzione sud, troviamo subito la zona di foce della fiumara Catona, che con il suo bacino idrografico abbraccia i centri di Campo Calabro, Fiumara e San Roberto, sul versante settentrionale; Lucia di Laganadi e Milanesi del comune di Calanna, sul versante meridionale; il comune di Reggio Calabria, nell’area di foce  con Concessa, Catona, Salice e Rosalì.
Risalta immediatamente come quarant’anni di disinteresse programmatico abbiano fatto della ricca agricoltura di quest’area soltanto un residuo di sè stessa.
Agrumeti, gelseti, vigneti, annoneti: tutto si presenta in un limbo di abbandono, tra un depuratore caduto lì dallo spazio (tanto è il suo rapporto con il contesto) e le mire espansionistiche dell’effimera area industriale di Campo Calabro.
Seguendo la strada che conduce in Aspromonte, attraverso Fiumara e San Roberto, sono gli ulivi e le querce a prendere possesso del paesaggio, con la fiumara che ridimensiona il suo alveo man mano che si procede verso la fascia altimetrica più alta, sopra gli ottocento metri.
Tra gli abitati su tutti, spicca Fiumara, che in passato è stato uno dei centri più importanti e strategici dell’area dello Stretto, col quartiere di Borgo Terra che testimonia ancora oggi una storia tanto importante quanto purtroppo dimenticata.
Non mancano poi i numerosi resti di macchine idrauliche, per i quali questa fiumara compete con quella del Gallico per numero e consistenza.
Continuando in direzione sud, superata Catona, incontriamo la fiumara del Gallico, con l’ampia regione di foce ingabbiata nei secoli da muri di argine, a consegnare alla città una delle zone produttive più importanti della provincia.
Anche qui le cose non cambiano di molto: l’agricoltura è un residuo occasionale, visto che nessuna centralità è stata data negli ultimi trent’anni a questa risorsa, con le arance di Villa San Giuseppe che sempre più spesso restano invendute sugli alberi come erbaccia al centro di una rotatoria, in attesa che arrivi qualcuno a metterci sopra definitivamente il pacciamante per non farci crescere più niente. Nella parte alta della vallata, l’attenzione è interamente assorbita dall’imponente cantiere del terzo e ultimo lotto della strada a scorrimento veloce Gallico-Gambarie, estremamente impattante sotto il profilo ambientale e di dubbia utilità (considerando che si fermerà ben lontano da Gambarie), che rischia di configurarsi come un by-pass decisivo per i centri posti sulla vecchia arteria, destinati alla definitiva emarginazione.
Spostandoci ancora lungo la costa arriviamo a “Reggio” come la chiamano quelli delle periferie che della città non si sono mai sentiti né si sentono ancora parte.
Passata la borgata di Santa Caterina, trovare la fiumara dell’Annunziata è una caccia al tesoro.
La foce è nascosta sotto un ponte, sul quale corre uno stradone ondulato (piuttosto che diritto come l’asta fluviale sottostante), così concepito forse per dargli sembianze più “naturali”.
Prima che la fiumara si inabissi sotto il ponte, troviamo i casermoni dell’Università, bloccati perché costruiti in piena zona a rischio esondazione.
Conclude il quadro cittadino della fiumara il guazzabuglio precollinare di Vito, un agglomerato di case abbarbicate sulla sponda settentrionale, che contribuiscono a definire poco rassicurante il quadro territoriale sotto il profilo idrogeologico.
La vera fiumara dell’Annunziata è oltre, fuori dalla città, a Ortì, dove il paesaggio rurale è morbido, verde e produttivo, con ‘arenaria modellata dal vento, i resti delle antiche motte sul pianoro di monte Chiarello e monte Guni, luoghi che dominano lo Stretto con tracce di un passato importante.
Come l?annunziata, anzi peggio, si presenta il Calopinace, uno dei corsi d’acqua più compromessi del territori reggino.
Volessimo dare solo uno sguardo veloce a questo torrente, non potremmo non assumerne il modello come monito per le generazioni future. Deviato nel suo corso fin dal XVI secolo, con conseguenti e catastrofici fenomeni erosivi della linea di costa fin da quell’epoca, il Calopinace presenta tutte le criticità riconducibili all’asimmetricità tra azione e vocazione dei luoghi e lo si nota già partendo dalla foce, dove ha subito interventi di canalizzazione ed arginazione, divenendo una “bretella” viaria con la tangenziale di Reggio calabria, per proseguire con la zona caratterizzata dal quartiere San Sperato nella fascia intermedia e da Mosorrofa, in quella più alta.
In sintesi, lo sviluppo urbano che ha invaso in molti tratti anche l’alveo stesso del torrente, ha reso quasi del tutto illeggibile il bacino idrografico e ha dequalificato qualsiasi funzione originaria.
Anche gli abitati che si affacciano sul Calopinace, ossia Cannavò, San Sperato, Mosorrofa, Pavigliana, Vinco e Terreti, pur se borghi storici, sono tra i più interessati dall’abusivismo edilizio, dal “non finito” e da superfetazioni e volumetrie fuori da ogni cubatura plausibile.
Eppure, anche il Calopinace avrebbe molto da dire sotto il profilo naturalistico, paesaggistico e storico culturale, con scorci panoramici mozzafiato sulle Stretto e borghi semi-abbandonati che confermano u antico rapporto con il corso d’acqua fatto di agricoltura e antiche macchine idrauliche.
Continuando a sud del nucleo urbano consolidato, arriviamo sulla fiumara del Sant’Agata, corso d’acqua con un bacino idrografico ampio, aperto, con uno sfondo visivo che punta dritto sull’Etna.
Un contesto bellissimo, con luoghi anche carichi di valore testimoniale, come il sito dell’antica Motta Sant’Agata, la città distrutta dal terremoto del 1783 che da anni associazioni locali provano, con sforzi importanti quanto isolati, a valorizzare.
Nella parte alta la fiumara attraversa il territorio di Cardeto, che a fronte di un impianto urbanistico medievale particolarmente significativo, si presenta estremamente manomesso nei caratteri architettonici originari.
Avviandoci verso l’ultima frontiera del nostro viaggio, la fiumara Valanidi segna il confine meridionale del comune di Reggio Calabria e dell’area dello Stretto.
La vallata del Valanidi è ammantata del lutto delle sue alluvioni, che non più di settant’anni fa hanno mietuto vittime tra le popolazioni dei piccoli borghi rurali lungo il suo alveo.
Tanti gli spunti, quanti i motivi di riflessione: l’unica cosa certa è che sotto il profilo idrogeologico ancora oggi, lungo questo corso d’acqua, c’è poco di sicuro.
Argini danneggiati, la solita cavatura di inerti, mancanza di collegamenti con l’altra sponda che costringono molti cittadini a guadare il corso d’acqua per ritornare nelle proprie case.
Guardando in alto si intravedono i bastioni di Santo Niceto, nel comune di Motta San Giovanni, un altro esempio di sottoutilizzazione e di spreco.
Ma questo sarebbe solo l’inizio d un altro viaggio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

didatticaincorso

Lascia un commento